Autore: R.F. Kuang
Casa editrice: Mondadori
Data di pubblicazione: 21 Maggio 2024
Pagine: 382 p.
Genere: Narrativa Contemporanea, Thriller satirico
Ratings: ⭐⭐⭐,5
Trama: Che male può fare uno pseudonimo?
Da qui nasce un romanzo che non è soltanto una storia di furto letterario, ma soprattutto un viaggio nella mente di una narratrice inaffidabile (e altamente detestabile).
Il vero fulcro del libro è osservare come June costruisca continuamente giustificazioni per le proprie azioni (decisamente discutibili, il 99% delle volte). Il lettore assiste a un processo di autoassoluzione costante: June non si percepisce mai come la cattiva della storia, anche quando le sue scelte diventano sempre più incriminanti.
Probabilmente, però, l'elemento più riuscito del romanzo è proprio June: una protagonista profondamente antipatica, egoista e frustrante, che allo stesso tempo risulta incredibilmente credibile. Il lettore si ritrova così intrappolato nella sua mente, costretto a seguire tutti i suoi ragionamenti distorti e disturbanti. Questo crea una lettura quasi ossessiva, perché si vuole continuamente capire fino a che punto sarà in grado di spingersi.
L'autrice offre una critica feroce all'editoria contemporanea, ai social media e al marketing dei libri. Ci mostra come il successo letterario non dipenda soltanto dalla qualità di un'opera, ma anche dall'immagine pubblica dell'autore, dalle strategie di promozione, dalle dinamiche di mercato e dalle aspettative culturali. Per chi lavora o vive nel mondo dei libri, questa parte è particolarmente interessante perché appare spesso estremamente realistica.
Ho trovato la lettura (ho meglio, l'ascolto) estremamente scorrevole e coinvolgente, con un senso crescente di paranoia che ci accompagna soprattutto nella seconda metà della storia.
Un'altra cosa che non ho particolarmente apprezzato questa volta, è che in alcuni passaggi l'autrice tende a rendere molto espliciti i temi che vuole affrontare. Ci sono momenti in cui la satira diventa quasi didascalica e il messaggio emerge in maniera meno naturale e più forzata rispetto ad altre parti del romanzo. Sappiamo che se la Kuang scrive un romanzo è per denunciare qualcosa a livello sociale, ma se in Babel ho trovato questo aspetto della sua scrittura più amalgamato con la storia, qui si percepisce più forte il distacco tra trama e denuncia. E alla lunga diventa un po' pensantuccio...
Il finale mi ha lasciata un po' con l'amaro in bocca, tanto che mi sono chiesta: "E quindi?". Mi è mancato qualcosa e, per certi versi, l'ho sentito un po' forzato.
Una cosa che comunque mi è piaciuta e rimasta, è il messaggio centrale della storia, che non è semplicemente "appropriarsi della cultura altrui è sbagliato", ma sembra voler mostrare qualcosa di più complesso. La Kuang cerca di dimostrare che le storie hanno potere, e chi ha il privilegio di raccontarle possiede anche il potere di controllare la narrazione. June, infatti, non ruba soltanto un manoscritto. Ruba una voce, un'esperienza e il diritto di raccontare una determinata storia.
Un altro messaggio fondamentale riguarda la costruzione dell'identità nell'era digitale. In Yellowface quasi nessuno è davvero ciò che appare: autori, influencer, editori e utenti dei social vivono all'interno di una continua performance pubblica. Ci troviamo di fronte a una riflessione sul successo, sull'invidia, sull'identità e sul bisogno disperato di essere riconosciuti. Dietro la satira dell'editoria che caratterizza questo romanzo, si nasconde infatti una domanda molto più universale: fino a che punto siamo disposti a spingerci quando sentiamo che il mondo ci deve qualcosa?
Sicuramente, non il libro migliore della Kuang, ma un libro che si fa leggere e che fa riflettere.

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